Mamma&Bambino

Avere la displasia alle anche

Signora ma lo sa che sua figlia potrebbe restare zoppa a vita?

E’ così che alla mia giovane mamma dissero che avevo la displasia alle anche.
35 anni fa non era come oggi. Molte visite non erano consigliate e la conoscenza di alcune patologie era meno diffusa.
Sul tatto nel dire le cose… beh quello è un evergreen ancora oggi!

Avevo nove mesi quando me la diagnosticarono. Un’età un po’ troppo avanzata per poterla sistemare in maniera semplicistica.
Perciò si rese necessario dapprima il riposizionamento manuale, poi il gesso per tre mesi mesi e il tutore per altri sei.

Prima di dire com’è andata a finire e del perché ho temuto anche Vera, facciamo un passo indietro:

Che cos’è la displasia (DPA) o lussazione congenita delle anche?

E’ uno sviluppo anomalo dell’articolazione dell’anca che porta gradualmente la testa del femore a dislocarsi dalla cavità acetabolare. Ha inizio in epoca fetale e, se non trattata, evolve durante i primi anni di vita con esiti permanenti e invalidanti. Per questo suo carattere evolutivo, è definita anche displasia evolutiva dell’anca
(fonte Wikipedia).
Per questo motivo è bene che venga diagnosticata il prima possibile per evitare conseguenze in età più adulta.

In base alla gravità si parla di:

  • displasia semplice (la testa del femore si trova nella cavità articolare ma può fuoriuscirne in maniera forzata);
  • sublussazione (la testa del femore è fuori dall’acetabolo ma può esservi ricondotta con particolari manovre);
  • lussazione non riducibile (la testa del femore rimane permanentemente al di fuori dell’acetabolo).

I trattamenti per correggerla variano in base al tipo problema. Se la displasia è semplice, a volte si sistema attendendo la maturazione naturale dell’articolazione. Quando il problema è minimo, è sufficiente mettere un asciugamano o un doppio pannolino per tenere bene aperte le gambine del neonato.

Se la lussazione è più importante, si rende necessario un tutore/divaricatore rigido per tenere nella giusta posizione le gambe del bambino e che può essere rimosso solo per lavarsi.

In ultimo, nei casi peggiori, bisogna ricorrere all’intervento di chirurgia per riportare il femore nella sua sede e al gesso per mantenere il giusto posizionamento.

Rispetto agli anni scorsi, oggi è molto più semplice scoprire se il proprio bambino ha la displasia. E per fortuna anche i tutori sono ben diversi.
Già durante i primi giorni di vita il pediatra può diagnosticarla attraverso la manovra di Ortolani. Poi una ecografia entro il terzo mese di vita può confermarla o meno.

Non è ancora chiaro il motivo, ma a soffrirne di più sono prevalentemente le bambine.

Esistono comunque dei fattori di rischio:

  • predisposizione genetica
  • posizione podalica durante la gravidanza
  •  scarsità di liquido amniotico

Avendo avuto io la displasia ed essendo lei nata podalica, ho temuto per Vera.
Una prima ecografia effettuata a 2 mesi aveva infatti evidenziato un lieve ritardo di sviluppo dell’anca. Dopo aver indossato per un paio di mesi il doppio pannolino ed aver preferito la posizione a cavalcioni sul fianco quando la prendevamo in braccio, tutto si è risolto. Un’altra ecografia a 6 mesi compiuti ha poi confermato che non ci fosse bisogno di intervenire in altro modo.

 

Io invece oggi ho 35 anni e fortunatamente cammino.
Non ricordo nulla di quel periodo e, come si può vedere da questa foto che ho ritrovato qualche giorno fa, non sembra affatto che abbia sofferto per questa situazione.
So che ho cominciato a camminare che avevo quasi 2 anni, che il mio papà mi aveva costruito un seggiolone apposito perché il gesso era troppo ingombrante e mi ricordo da aver scelto di smettere la danza perché non potevo fare le spaccate.

Non avrò gambe perfette, ma se non fosse stato per quel Dottore un po’ grezzo nei modi sarebbe potuta andare anche molto peggio.

 

Emanuela E.

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